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lunedì 08 marzo 2021

PAROLE IN VIAGGIO — il Blog di Tito Barbini

Tito Barbini

In primo piano per decenni, nella politica italiana, all’improvviso non ne senti parlare più. Chiedi e nessuno sa darti notizie. Poi scopri che ha fatto una cosa che molti vorrebbero fare, ma sognano soltanto: dare lo stop alla vita di sempre e partire. Tito Barbini, classe 1945, sindaco di Cortona a 24 anni, poi presidente della Provincia di Arezzo, infine per 15 anni assessore regionale prima all’Urbanistica e poi all’Agricoltura, amico personale di Francois Mitterand. Si mette dietro le spalle tutto questo e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio uno zaino. Da allora attraversa confini remoti e racconta i suoi viaggi e i suoi incontri nei libri. E’ ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi. Più di dieci libri, non solo geografia fisica, paesaggi e luoghi, ma geografia della mente. In Patagonia o nel Tibet, un mondo altro, fatto di dolori, speranze, delusioni. Nel 2016 è uscito il libro "Quell’idea che ci era sembrata così bella - Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio"

​Foibe e giornata dei ricordi

di Tito Barbini - mercoledì 10 febbraio 2021 ore 06:00

Per parlare delle Foibe devo ripartire dalla mia adolescenza e dalla mia formazione all’idea comunista. Studiavo molto con la mia piccola biblioteca marxista. Poi, appena più grande leggo i “Quaderni dal carcere” di Antonio Gramsci. Infine, arrivi a capolavori come “Avere o Essere” di Erich Fromm e capisci che non hai più scampo: farai parte per tutta la vita di quella minoranza umana che ha scelto la rivoluzione come professione. 

Più precisamente: la rivoluzione è diventata il tuo mito. E i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel profondo della nostra anima. Sono idee che noi abbiamo mitizzato perché non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano. Eppure occorre risvegliarsi dalla quiete apparente delle nostre idee mitizzate, perché molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono proprio dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono più di comprendere il mondo in cui viviamo. 

Per recuperare la nostra presenza al mondo dobbiamo allora rivisitare i nostri miti, sia quelli individuali sia quelli collettivi, dobbiamo sottoporli al vaglio della critica, perché i nostri problemi sono dentro la nostra vita. E la nostra vita vuole che si curino le idee con cui la interpretiamo. E poi cresci, vai avanti, qualcosa intorno a te cambia. C’è chi si fa beffe di te e chi ti agita davanti nomi terribili quali gulag e foibe. E non capisci cosa c’entrino con il tuo comunismo. 

Quando dichiari che sei un funzionario del PCI qualcuno si ritrae impaurito. Oppure la prende male e ti invita ad andartene, a volare a Mosca oppure in Cina. Non sanno, e all’inizio non lo sapevo neppure io, che il mondo che ho imparato ad amare sui libri, in realtà, non è da nessuna parte. Casomai, qualche Paese è più simile a quello raccontato da George Orwell in “1984”. E poi, incredibile, devi cominciare un processo di “disintossicazione”. Mica facile: però è sempre più facile cambiare te stesso che il mondo che ti circonda. 

Quell’entusiasmo di ragazzino, quando tutto era possibile, è svanito alla luce della storia e dei troppi tradimenti. Per fortuna, però, c’era dell’altro. C’è la nostra storia di comunisti italiani. C’è stato e c’è il tuo rapporto con le persone in carne e ossa. Con gli operai, gli studenti, i contadini. Una ricchezza immensa, che solo la politica in un grande Partito di massa ti poteva donare. Ecco perché è davvero triste la morte di un’idea di cambiamento e di futuro che è stata la mia idea di politica. Certo tutto è cambiato quando ho deciso di cambiare. 

Tito aveva unificato il suo Paese in una federazione di stati partendo da una grande prova di identità nazionale: la resistenza armata all’occupazione nazista. Aveva condiviso stenti e rischi degli altri partigiani. Solo molto tempo dopo conoscemmo l’orrore delle foibe, quel mondo di tenebre degli altipiani carsici che, con i suoi cupi cunicoli e abissi verticali, ha inghiottito anche una bella fetta della nostra innocenza. E con troppo ritardo prendemmo atto di quell’orrore. Ecco perché preferisco una giornata dei ricordi alla giornata del ricordo. 

La tragedia delle foibe e l’Esodo, devono portarci a collocare quegli eventi nella cornice storica del loro accadere, a compimento di una guerra sciagurata, delle violenze dei fascisti italiani e quelle naziste sulla popolazione slovena, riconoscere i crimini che scortarono l’epilogo e i postumi di quel conflitto, le foibe tra quelli, è una forma di rispetto per tutte le vittime. E dopo Tito, la Jugoslavia che va a pezzi, i peggiori rigurgiti nazionalisti, gli apprendisti stregoni della pulizia etnica. Anni di scannamento dietro l’uscio della nostra casa. Il martirio di Sarajevo, nell’indifferenza dei più. 

Ho davanti a me un bel libro di Barbara Spinelli sui totalitarismi d’Europa, che racchiude una frase che trovo stupenda: “Siamo nani che camminano sulle spalle di giganti”. I giganti sono le nostre storie, i successivi e contraddittori volti che abbiamo avuto in passato e che ci portiamo dietro come bagagli. Dalle loro alte spalle possiamo vedere un certo numero di cose in più, e un po’ più lontano. Pur avendo la vista assai debole possiamo, con il loro aiuto, andare al di là della memoria e dell’oblio.

Tito Barbini

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