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venerdì 24 marzo 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Il commissario Favati

di Marco Celati - lunedì 13 febbraio 2017 ore 10:24

Ascolto "Tanguera". Mi piace. Nel tango ci sono passione e destino, messi in musica. Passione e destino inseguono e attraversano la vita, vorticando dentro e intorno a noi, come in un giro di ballo.

Sto leggendo "Vipera, nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi". Leggo dell'amore che è passione e destino, messi insieme.

"E dimmi: lo sai, tu cos'è l'amore?" L'amore è come il tango. "È fatto di dolore e di malinconia, di ansia e di ritorni". Danza con la tua vita "coi pensieri che diventano sogni e i sogni che diventano pensieri". Per tutta la tua vita o forse solo per poco, una mirada, una tanda, il tempo di qualche tango in milonga, prima della cortina, dell'intermezzo. Poi finisce e "il resto della vita si deve trascorrere campando meglio che si può".

Continuo a leggere, almeno finché non mi assale il blocco del lettore. Mi prende in certi momenti, in questo periodo. Lo sento salire, come un fastidio, una noia: l'attenzione cala, precipita, le righe si accavallano, la comprensione del testo sfugge. Impossibile andare avanti. Inutili gli sforzi di volontà. La testa è altrove, il cuore chissà. Un tempo si sentiva parlare del blocco degli scrittori, oggi no. Oggi ciò che va per la maggiore è una specie di dislessia sociale, indotta dal blocco che affligge i lettori. Per questo si scrive più di quanto si legge. Anch'io non sfuggo a questa maledizione. Scrivo.

Almeno mi piacerebbe. Vorrei scrivere un giallo, meglio un noir. Tutti scrivono gialli o noir. Si sono inventati ispettori, commissari, vicequestori con nomi azzeccati, intriganti, che risolvono tutti i casi intrigati che capitano loro. Anch'io ho un Commissario, ma il mio vive un'esistenza molto più prosaica. Mi limito a descriverlo: si chiama Favati. Al secolo Favati Nedo. Bel cognome toscano, molto evocativo, poco pretenzioso. Proprio adatto allo svolgimento di una storia. È originario di Crespina, dove i Favati sono noti. Divorziato, un figlio grande e un fratello maggiore, professore ormai in pensione. Il commissario Favati abita in collina, in paese, ma vive praticamente in un ufficio del Comando di Pubblica Sicurezza che sta nel piano, in città. Il suo ufficio è una stanza quattro metri per quattro, con una scrivania, un mobile, uno scaffale e tre sedie, una per sé e due per il pubblico, ma stivate di giornali. Sulla scrivania c'è un computer, schermo e tastiera, e sul resto delle superfici piane, scaffali compresi, stanno documenti accatastati in un disordine ordinato, ma del cui ordine s'è persa la memoria.

Al commissario Favati, non capita granché. In provincia quello che capita, capita, ma non sempre si risolve. Come la vita del resto. Però non si può dire che non sia un buon servitore dello Stato, ligio al dovere e alla cosa pubblica. In compenso il commissario Favati almeno non porta sculo come certe zitelle inacidite, quelle "Signore in Giallo", che si aggirano per paesini, tipo Partino di Palaia, attirando omicidi che, pur brillantemente risolti, al ritmo di un morto a settimana, contribuiscono fortemente all'abbattimento della popolazione rurale.

Il commissario è solo un uomo solo, dopo il divorzio ha avuto altre frequentazioni femminili, ma non s'è più accasato. Ora ha un'età, prossima alla pensione. Fra poco, dopo un'onorata carriera, si godrà finalmente riposo e rimpianti. Giocava a calcio nella squadra della Questura. Partite memorabili contro carabinieri, magistrati e sindaci: si vince, si perde, a volte si pareggia. Nuotava anche, nella piscina comunale e, da giovane, in mare aperto. Ma, ormai, da tempo, conduce vita sedentaria e, per quanto possibile, riservata. Mangia male, digerisce peggio, piscia poco, ma spesso, soffre di tutto ciò che finisce in ite: gastrite, colite, prostatite. Per non parlare delle ricorrenti coliche renali. Ma non si può dire che sia un inutilizzabile catorcio, si presenta ancora in sufficiente forma. O così pare e vuol dare a vedere.

Non si spinella, il fumo lo fa tossire e gli fa schifo. Non ha conosciuto l'inferno, nemmeno il paradiso, se per questo. Considera la vita piuttosto un purgatorio. Non vede donne morte: quelle che ha frequentato stanno bene, grazie a Dio, anche se lo mandano, dal vivo, rispettosamente a fare in culo. Sua madre era morta giovane, anche il babbo. E un amico caro. Solo a volte gli tornano in mente, escono dalla sepoltura della memoria, a ricordargli la vita. Al Favati non appare "il fatto" come a quel famoso commissario napoletano con gli occhi verdi, che vede i morti ammazzati e sente le loro ultime parole. Se a lui succedesse mai, gli piglierebbe un infarto. E non è nemmeno uno "spalatore di nuvole" come quel collega francese, pirenaico che non deduce, come fa Sherlock Holmes o si legge in Alan Poe, ma intuisce la soluzione dall'apparentemente indecifrabile casualità degli eventi. Niente di tutto questo. Nedo Favati ha studiato giurisprudenza, s'è laureato, ma non è dotato di una mente brillante e, fino all'ultimo, non ci capisce una sega. Legge, ma non brucia i libri come il più celebre detective spagnolo. Lavora, coltiva solo il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. Simpatie di sinistra? Non è siciliano o romano. È solo toscano, rassegnato e incredulo, brusco e strafottente. Sboccato. Eppure non si compiace del comicarolo e volgare vernacolo toscano che non considera un'altra lingua come gli altri dialetti: solo una storpiatura dell'italiano che la vulgata toscana ha contribuito a costituire, fin dai tempi dei panni sciacquati in Arno di manzoniana memoria. E, con quel cognome, è più destinato all'insuccesso che a brillanti carriere letterarie, cinematografiche o televisive. Semmai, in quanto sfigato, ne avrà di postume. Anche lui apprezza il tango e, quando è capitato, perfino la vita e l'amore. Nessuno può essere immune all'amore. Il problema è riconoscerlo.

E poi, intendiamoci, il giallo e il noir si sono evoluti. Ai tempi di Aghata Christie, Miss Marple e Poirot il crimine avveniva in ambienti chiusi ed elitari per effetto di veleni misteriosi o ad opera di astrusi meccanismi che solo la mente e il genio alla fine si incaricavano di svelare. Così il bene trionfava sul male da cui era separato, mentre la buona società era altrove, integra. Ma questa era un'altra storia. Da un pezzo a questa parte il delitto è diventato una semplice arte. Incarnato dalla banalità del male, invischiata con quella del bene, esso trae origine da una società corrotta, polizia spesso compresa. Almeno stando a quanto scrivono Dashiell Hammett e Raymond Chandler, a proposito delle torbide inchieste di Sam Spade e Philip Marlowe.

Non sempre letteratura e vita coincidono, specialmente quando la letteratura non è poi così letteratura e la vita non è poi così vita. Comunque l'altro giorno ho incontrato il commissario Favati al Bar sotto il Comune. Era ancora ispettore la prima volta che avevo avuto a che fare con lui. Era stato tanto tempo fa. Avevo diciotto anni. Occupammo la scuola. Le prime occupazioni. Anni sessanta, roba seria: la rivoluzione era possibile, siamo stati i ragazzi sfortunati che avevano visto "a portata di mano una meravigliosa vittoria che non esisteva!". Eravamo il Liceo Scientifico, succursale decentrata del Classico, ma si studiava in un ombrellificio. Chiedevamo l'autonomia e una sede scolastica vera e propria, magari anche con un gabinetto di fisica e scienze. Perché no? Dopo un paio di giorni di cortei, visite al Provveditorato, assemblee e autogestione, il preside dovette avvertire le forze dell'ordine che "annunciarono" il loro intervento. Avevo la maturità. Ero il leader del movimento studentesco. Il preside, uomo di scienze e brava persona, cercava di convincermi a desistere, mi prese, paternamente, per un braccio. Ricordo che gli dissi:

«Signor preside, mi tolga le mani di dosso, per favore». Un vero duro, non c'è che dire.

È che non sapevamo più come concludere la nostra azione, che sbocco dargli e allora avevamo deciso di immolarci, facendoci trovare dalla polizia. E fu così, infatti. Restammo in cinque o sei, se ben ricordo, e facemmo la conoscenza dell'allora ispettore Favati, il quale ci fece declinare le generalità, stilando per ognuno di noi il relativo verbale, alla fine del quale l'ispettore ci rivolgeva una domanda di rito:

«Intende nominare un avvocato di fiducia?»

Nessuno rispondeva. Solo io, il più furbo di tutti, risposi:

«Sì», suscitando lo stupore dello stesso ispettore che mi chiese:

«Chi?»

«Perry Mason!» Risposi, ridendo.

«Non faccia tanto lo spiritoso! Qui non siamo a Scotland Yard!»

Ribatté lui, piuttosto alterato. E a me rimase stampato in faccia un sorriso da idiota.

Fummo processati e assolti per non aver commesso il fatto e perché il fatto non costituisce reato. La polizia ci aveva usato la "cortesia" di venire il pomeriggio, fuori dell'orario scolastico, quando non c'erano lezioni. Oggi il Liceo Scientifico, ha una sede nuova.

«Commissario, buongiorno, posso offrire un caffè? Quanto tempo! Si ricorda?»

«Mi ricordo, mi ricordo: Perry Mason! Vedo che ride ancora. Cosa c'è da ridere?»

«Scotland Yard, commissario...»

«Cosa?"

«Sta in Inghilterra e Perry Mason in America»

«Perché fu un'operazione Interpol...»

Bevemmo il nostro caffè e ci salutammo.

«Commissario...»

«Che c'è ancora?»

«Grazie.»

Non so con precisione se tutto questo è vero o me lo sono inventato. La vita è fatta di realtà e fantasia, come è fatta di passione e destino. "Tanguera" è la vita. "Así se baila el tango", commissario Favati.

Marco Celati

Pontedera, 4 Dicembre 2016

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"Vipera, nessuna resurrezione per il Commissario Ricciardi" è di Maurizio De Giovanni. Gli altri riferimenti sono al Vicequestore Rocco Schiavone di Antonio Manzini, al Commissario Jean-Baptiste Adamsberg di Fred Vargas e al detective Pepe Carvalho di Manuel Vázquez Montalbán. "Oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano una meravigliosa vittoria che non esisteva!" è il verso finale di "Poesia della tradizione " da "Trasumanar e organizzar" di Pier Paolo Pasolini.

Marco Celati

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