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sabato 25 febbraio 2017

PAROLE IN VIAGGIO — il Blog di Tito Barbini

Tito Barbini

In primo piano per decenni, nella politica italiana, all’improvviso non ne senti parlare più. Chiedi e nessuno sa darti notizie. Poi scopri che ha fatto una cosa che molti vorrebbero fare, ma sognano soltanto: dare lo stop alla vita di sempre e partire. Tito Barbini, classe 1945, sindaco di Cortona a 24 anni, poi presidente della Provincia di Arezzo, infine per 15 anni assessore regionale prima all’Urbanistica e poi all’Agricoltura, amico personale di Francois Mitterand. Si mette dietro le spalle tutto questo e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio uno zaino. Da allora attraversa confini remoti e racconta i suoi viaggi e i suoi incontri nei libri. E’ ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi. Più di dieci libri, non solo geografia fisica, paesaggi e luoghi, ma geografia della mente. In Patagonia o nel Tibet, un mondo altro, fatto di dolori, speranze, delusioni. Nel 2016 è uscito il libro "Quell’idea che ci era sembrata così bella - Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio"

​Giorni del riso e della pioggia

di Tito Barbini - sabato 04 febbraio 2017 ore 18:57

Conservavo un ricordo dolce delle sere trascorse lungo la sponda del Mekong su cui si affaccia Phnom Penh. Ritrovo il tramonto infuocato che improvvisamente indorava il grande fiume e le facciate degli edifici coloniali. 

Anche stasera ho scelto di stare qui. Il caldo afoso che mi ha accompagnato per tutta la giornata lascia finalmente trapelare una leggera brezza che accarezza e asciuga la pelle. Odore di pioggia e di fiume. Odore caldo e intenso. Sono odori inconfondibili quelli che dominano la vecchia Indocina e tra tutti quello della pioggia lo incontri ovunque. 

Mi trovo in un vecchio bar dell'età coloniale che trattiene il fascino di un film di spionaggio e dannazione esistenziale. Sto finendo di leggere il "Simpatizzante" dell'autore vietnamita di cui vi ho parlato e un amaro epilogo del libro mi mette in una strana sintonia con quest'ambiente. Davanti a questo celebre bar, frequentato da Terzani e dai leggendari corrispondenti di guerra reduci dal Vietnam vittorioso, scorrono le immagini di una città che va incontro alla notte. 

C'è di tutto. La strada davanti a me è un inferno lungo centinaia di metri. La chiamano "la strada dei fiorellini" perché così vengono chiamate le ragazze che si prostituiscono. Non è difficile comprendere perché questa è stata la capitale dell'Indocina francese. Phnom Penh è una città bella e tormentata insieme. Quando i Khemer Rossi di Pol Pot entrarono in questa città, nell'aprile del 1975, ne ordinarono subito l'evacuazione totale. Nella capitale nulla sopravvisse al cosiddetto anno zero del comunismo e alla folle teoria del "marxismo rurale". Il tentativo di cancellare la storia intanto cancellò la vita nella città e pochi fantasmi del potere rimasero negli antichi palazzi coloniali. 

Passarono molti anni e ci vollero alcuni milioni di morti affinché la vita ricominciasse a muoversi e con la vita tornassero i colori sui muri ricoperti ormai dalle mangrovie che si erano prese la città abbandonata. Insomma, c'è un atmosfera in questa città che ti avvolge nemmeno fossero le spire incantatrici del sibilante e sfortunato Boa del Libro della Giungla. Incantamento quasi fosse il simbolo di una vita che resiste e rinasce malgrado tutto . E capisco che a Phnom Penh è più facile che accada. Sì, può accadere. Magari lasciando indietro le proprie ansie e correndo addirittura il rischio di dover tornare su questo grande fiume dorato.

Tito Barbini

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